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Gio10012020

Last updateLun, 27 Feb 2017 8pm

Pordenone: crollo a scuola e grave episodio di bullismo riportano al centro il tema dell'attenzione ai giovani

Pordenone: crollo a scuola e grave episodio di bullismo riportano al centro il tema dell'attenzione

Pordenone - Due notizie riportate dal quotidiano locale "Il Gazzettino" che riguardano il mondo della scuola portano di nuovo alla ribalta il tema dell'attenzione rivolta ai giovani e all'educazione.

Il primo episodio riguarda il degrado degli edifici, ed è avvenuto lunedì 4 aprile scorso presso il liceo scientifico "Grigoletti" durante la prima ora di lezione, quando il supporto di metallo delle lampade per l'illuminazione di un'aula dell'edificio è caduto dal soffitto. Provvidenzialmente il pezzo è rovinato a terra tra i banchi senza colpire neppure uno degli alunni presenti in classe.

Il secondo fatto, ben più grave, riguarda ancora una volta il fenomeno del bullismo.

Il 6 aprile, in viale Grigoletti a Pordenone, due ragazzi minorenni sono stati aggrediti da quattro giovani, che li hanno malmenati e scaraventati a terra e poi si sono dati alla fuga.

Su segnalazione dei passanti è giunta un'ambulanza del 118 e la Polizia. Uno dei ragazzi ha sbattuto la testa sul marciapiede ed è in gravi condizioni.

Proprio attorno al tema dell'attenzione agli adolescenti ed al loro mondo si è aggregato un gruppo di educatori e professionisti della nostra Regione, che stanno diffondendo una lettera aperta alle istituzioni per sollecitare un maggiore impegno a favore dei ragazzi.

La lettera sta raccogliendo le adesioni di numerosi insegnanti, educatori e genitori nelle quattro province del FVG.

Così l'esordio della lettera:

"La sofferenza che la preadolescente di Pordenone non è più riuscita a tenere dentro di sé e che è sfociata nel tentativo di porre fine alla propria vita ha colpito tutti. Profondamente. Così come altre analoghe vicende accadute nella nostra regione in questi ultimi anni.

Ci pone molte domande, ci interpella come adulti e interroga le istituzioni locali, le realtà scolastiche, quelle sociali, quelle sanitarie, quelle economiche, quelle culturali.

Siamo tutti sollecitati a chiederci dove stanno gli adolescenti nelle scelte di una scuola, nelle priorità di un servizio sociale o sanitario, nelle politiche locali e in quelle regionali.

Desideriamo dare voce ad alcune riflessioni che, a nostro avviso, non hanno trovato spazio nelle cronache dei quotidiani, delle televisioni, degli strumenti digitali di comunicazione.

Lo facciamo trascorso qualche tempo dal fatto, così da presentare considerazioni non frettolose ma meditate, poiché quanto avvenuto non può essere oggetto di sbrigativi commenti. Lo facciamo consapevoli di dover assumere un atteggiamento di grande umiltà, che deriva dalla conoscenza della complessità dei percorsi evolutivi delle giovani generazioni, in particolare dei preadolescenti e degli adolescenti.

Di quanti rischi essi incontrano e insieme delle tante opportunità di cui dispongono; di quanto rapidi si presentano ai nostri occhi i cambiamenti che osserviamo, spesso inaspettati o non compresi nella loro portata (basti pensare all'arrivo nei nostri territori di tanti ragazzi e di tante famiglie provenienti da altri Paesi, alla ricerca di un futuro sereno, innanzitutto peri propri figli).

Di quanto infine siano cresciute le responsabilità del mondo adulto, nelle sue diverse espressioni, rispetto alla fondamentale funzione di accompagnamento e di orientamento dei ragazzi.

Proprio perché la preadolescenza e l'adolescenza sono età cruciali nella costruzione dell'identità personale e sociale dell'individuo. La complessità accennata – lo diciamo con chiarezza – non può tuttavia giustificare i tanti silenzi che hanno connotato queste difficili giornate".

Qui il testo completo della lettera. Chi fosse interessato alla sottoscrizione ci può scrivere all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Anche i presidi hanno un'anima. La protesta dei dirigenti

Da grande sarò preside! (Ma chi me lo fa fare?)

Trieste - Per qualcuno sono “sceriffi” oppure “signori” dai superpoteri che possono decidere del destino geografico o stipendiale degli insegnanti. Sono i presidi, ovvero quelle figure della scuola pubblica che le leggi italiane hanno equiparato al dirigente statale con una serie di provvedimenti che ne ha specificato compiti e competenze.

Così facendo si è scavato un solco, più o meno incolmabile, tra dirigenti (che sono ex insegnanti) e insegnanti (che sono potenziali dirigenti). Gli sviluppi della legge 107 sulla scuola hanno scoperto il nervo dei rapporti interni agli istituti dopo le attribuzioni ai dirigenti di poteri monocratici (l’esempio più recente è il comitato di valutazione dei docenti, qui ns. servizio) che accrescono sempre di più questa distanza.

Eppure anche i presidi hanno le loro ragioni e, in comune con i semplici insegnanti, hanno almeno una cosa: di essere sottopagati rispetto ai colleghi della PA e alle medie europee.

E allora Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals e Confsal hanno indetto il “Cedolino Day” per il 13 aprile. In questa giornata i presidi consegneranno al Presidente del Consiglio - e ai ministri dell’Istruzione e dell’Economia - i cedolini dei loro stipendi relativi a ogni mese di marzo dal 2010 al 2016. Lo scopo è dimostrare che in questi ultimi anni il carico di lavoro è aumentato, troppo aumentato rispetto all’incremento stipendiale. Anzi, al decremento dei compensi.

Il fenomeno riguarda tutte le componenti della scuola pubblica, ma il fatto notevole è che i dirigenti, ligi ai dettati ministeriali e solitamente usi obbedir tacendo, hanno deciso di non voler tacendo morir.

E sì! Perché anche se non si tratterà di morire,almeno andare in galera è possibile, come dimostra il caso del dirigente condannato a 4 anni di reclusione (qui ns. servizio).

Allora monta la protesta perché, dicono i presidi, una media di 2.400 € mensili (secondo certe fonti il 90% guadagna 2.500 € al mese) non sono abbastanza rispetto la mole di lavoro e di responsabilità che devono sostenere. In effetti, i circa 8.500 presidi sono meno pagati dei dirigenti statali degli altri comparti della pubblica amministrazione di pari grado e con minori rischi. Passi che hanno un diverso inquadramento economico. Ma quello che è duro da digerire è il cumulo di responsabilità.

In effetti un dirigente scolastico non ha orario ma “impegno di lavoro”, ha responsabilità direttive, di coordinamento, disciplinari, gestionali, negoziali, amministrative, contabili, erariali, civili, penali, di vigilanza, per la sicurezza sui luoghi di lavoro.  Alcune di queste sono condivise o trasmesse al corpo docente. Ma la sostanza non cambia.

Dicono i presidi: c’è una forte distinzione tra dirigenti e docenti che non corrisponde alla differenza di retribuzione. Il lavoro è scarsamente riconosciuto. Molte scuole aprono ogni mattina derogando alle norme di sicurezza per ottemperare all’erogazione del pubblico servizio. Il rischio è sempre in agguato.

Tuttavia la categoria è blindatissima: non si conoscono dati sullo stress, casi di rinunce o di burnout.

In compenso il concorso per preside ancora non parte. Lo si attendeva entro novembre del 2015 e l’ultima tornata di assunzioni ha suscitato una serie di contestazioni, polemiche e ricorsi al TAR. I posti da dirigente non sono tutti coperti e, quindi, il prossimo anno scolastico aumenteranno le reggenze (un preside, come anche un direttore dei servizi amministrativi, su due scuole) con un bonus mensile di qualche centinaia di € e il susseguente sovraffaticamento.

Che si parli di docenti o di dirigenti, il segnale è sempre lo stesso: la scuola italiana attraversa un periodo di magra , di malessere, che non sembra terminare.

Ma stando così le cose, quale sarà il motivo che spinge un insegnante a fare il dirigente scolastico?

In fin dei conti, il fatto che in Italia nel 2016 una scuola su quattro sia senza preside titolare indica che, forse, non è un mestiere tanto ambito.

[Robero Calogiuri]

Il tribunale zoppo della buona scuola. Così si prepara il premio per i docenti

Il tribunale zoppo della buona scuola. Così si prepara il premio per i docenti

Trieste – Del tribunale possiede i difetti senza vantarne i pregi. Il comitato per la valutazione dei docenti ha lenito molti pruriti giustizialisti: "Finalmente è arrivata la selezione meritocratica anche nella scuola" si sente dire da più parti. Ma il "comitato" è qualcosa che scotta per un fatto molto semplice: potrebbe non essere equo e imparziale, potrebbe dividere anziché unire, potrebbe aprire la porta a rivalse e antipatie. E il rischio è grosso.

Questo spiega perché, in molte scuole italiane, i docenti si siano rifiutati di scegliere i membri del comitato. Non per paura di essere valutati, ma per prendere le distanze da criteri e procedimenti che appaiono inopportuni se non addirittura dannosi. E, soprattutto, per le loro conseguenze.

La scuola è già divisa: presidi (sceriffo?) contro insegnanti, precari contro assunti a tempo indeterminato, neoassunti “potenziati” contro veterani. Adesso ci saranno anche “buoni” contro “cattivi”. (Poi c’è il personale ATA, bistrattato per l’aumento di lavoro fisico da un lato e, dall'altro, dagli energici tagli causa la dematerializzazione, tagli che prevedono un decremento di circa 2.000 posti).

Infatti la legge è stata chiara nel definire composizione, meccanismo premiale ed entità del premio. Nella teoria sembra funzionare tutto. Ma gli effetti nella pratica potrebbero non essere così fluidi e vantaggiosi per la vita scolastica nel suo complesso.

Composizione. Più che comitato valutazione sembra una commissione di controllo produzione o un controllo di processo di fabbrica. Formato da tre insegnanti, uno studente e un genitore (per le scuole superiori, altrimenti due genitori) e un componente esterno (un altro dirigente scolastico o tecnico), elabora i criteri di valutazione del corpo insegnante. Quindi chi eroga il servizio e chi ne usufruisce si troveranno nel medesimo organismo: ci saranno studenti che concorreranno a valutare docenti che, quotidianamente, valutano studenti. A queste condizioni, immaginando un circolo vizioso, è lecito dubitare che ci saranno libertà e serenità di giudizio nel lavoro del docente, quando costui dovrà impartire consegne o somministrare giudizi non positivi?

Meccanismo premiale. I criteri saranno elaborati sulla base: a) della qualità dell'insegnamento e del contributo al miglioramento dell'istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti; b) dei risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell'innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche; c) delle responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale.

Gli studiosi di scienze sociali sostengono che la qualità dell'insegnamento di un docente è una grandezza osservabile ma non misurabile, quindi non quantificabile. Perciò rimane che, come ogni griglia di valutazione, si tratta di una rete dalle maglie larghe ed elastiche perché questi criteri, come tutti i criteri e tutte le leggi, possono essere interpretati e applicati con infinite sfumature.

Per di più, alla fine della elaborazione dei criteri il dirigente può disattendere quanto espresso dal comitato e assegnare di propria iniziativa il premio, motivando la scelta. Così la legge rimette tutto nelle mani del capo istituto e potrebbe ridurre il comitato a una semplice recita pseudo democratica. La garanzia che questo dispositivo si svolga con imparzialità ed equità risiede, in ultima analisi, nel dirigente. Il che ne fa, come già si paventava, una specie di “dominus”.

Alla fine del processo di valutazione ci sarà una lista di docenti meritevoli del bonus, e una lista di docenti che questo riconoscimento non se lo sono meritato. Rimane da vedere che ricaduta avrà questo tipo di classificazione dal punto di vista psicologico, motivazionale e professionale, visto che tutti dovranno convivere nel medesimo istituto. Senza considerare gli effetti che questa netta e inappellabile separazione per merito avrà sulla reputazione dei docenti presso gli studenti e le famiglie.

Entità del premio. L’incentivo dovrà essere mirato e non potrà essere distribuito a pioggia né a un numero troppo esiguo di docenti. Per il 2016 è previsto uno stanziamento di 133,3 milioni di € al “lordo stato” che diventano 100 milioni al “lordo dipendente”, che divisi per le 8.500 scuole italiane diventano circa 12/13.000 € in media per scuola.

Questa è la cifra che sarà suddivisa tra maestri e insegnanti giudicati “meritevoli” dal dirigente. Se saranno, come dice la prima redazione della legge (qui il collegamento al nostro servizio), il 66% degli insegnanti, il premio ammonterà a circa 14€ in più al mese per ciascuno. Questa cifra raddoppierà se si dimezzerà il numero dei prescelti dal dirigente. L'ammontare è, per ora, una pura congettura che, in relazione alla situazione finanziaria, è probabile che tenda al ribasso.

In aggiunta vi è poi il dissenso dei sindacati. Siccome la Corte Costituzionale dichiarò l'illegittimità della sospensione della contrattazione collettiva nel pubblico impiego, l’attuale governo ha dovuto prevedere un finanziamento per il rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione ormai scaduti da nove anni. La cifra attesa è ridicola: 3,50 € medi mensili per ogni dipendente pubblico per un rinnovo contrattuale di cui ancora non c'è alcun segno.

L'introduzione del premio al posto della progressione di carriera, portando la scuola entro il meccanismo del "premio di produzione" e quindi in una logica privatistica, è un modo di risparmiare sulla retribuzione dei docenti, che è già al disotto della media europea (qui il ns servizio)

Ma le accuse che sindacati e docenti cosiddetti “contrastivi” (qui il ns servizio)  muovono alla legge 107 è di deprimere non solo economicamente la classe docente e ATA (a fronte di un migliore trattamento retributivo delle figure apicali come dirigenti e direttori amministrativi) ma di aver elaborato una serie di parametri valutativi superficiali e insufficienti a rilevare l'effettiva preparazione e la personalità del docente.

A ciò si aggiunga che ogni scuola ha la facoltà autonoma e individuale di modificare pesi e misure della valutazione ed elaborare criteri di rilevamento a proprio piacere. A esempio, una scuola potrà dare peso al gradimento degli studenti e un'altra potrà non farlo.

Si parla ormai da decenni di prestigio sociale, dignità professionale, valore esperienziale che non sono riconosciuti alla classe docente italiana, contrariamente al resto della UE. Quanto è proposto dalla legge attualmente in vigore è un riconoscimento di virtù difficilmente misurabili e la cui misurazione, tuttavia, è probabile provochi competizioni, antagonismi e concorrenzialità tra docenti più che un’auspicabile serena collaborazione tra colleghi.

[Roberto Calogiuri]

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